Politica
Referendum: più legge Acerbo che vero bipartitismo Autore: Alberto Marchi
Data di inserimento: 15 Giugno 2009
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A pochi giorni dalla consultazione referendaria, l'unico dato certo è la drammatica mancanza di informazione sul contenuto dei quesiti: è urgente rendersi conto che la vittoria del sì indirizzerebbe la nostra legge elettorale in territori più vicini a quelli della legge Acerbo che non a un autentico sistema bipartitico sul modello anglosassone
Uno dei più autorevoli esponenti del comitato promotore del referendum elettorale, il politologo Angelo Panebianco, ha affermato sulle pagine del Corriere della Sera (sabato 13 giugno 2009) che il referendum è l'antidoto ai troppi partiti e che chi sostiene che dalla vittoria dei sì deriverebbe una cattiva legge elettorale impiega un argomento sleale: nel nostro ordinamento, sostiene Panebianco, non esiste l'istituto del referendum propositivo, cosicché a dover essere giudicato non è tanto il risultato di un referendum ma la modifica rispetto alla situazione di partenza. A giudicare però dagli effetti che la vittoria del sì determinerebbe, nessuna delle due argomentazioni di Panebianco sembra reggere. Se vince il referendum, il premio di maggioranza sarà attribuito non più alla coalizione di liste (partiti) ma alla singola lista (relativamente, cioè con un voto in più della seconda arrivata) maggioritaria. Una singola lista (partito) potrebbe ottenere mettiamo il 25% o anche meno, e automaticamente si vedrebbe aggiudicato il 55% dei seggi.
Per obiettare a questa considerazione di palmare evidenza si contro-obietta che in realtà la soglia naturale che una lista pretendente alla vittoria elettorale dovrebbe raggiungere per conseguire il successo sarebbe inevitabilmene alta, perché i partiti tenderebbero a ridursi. Ma questa non sembra affatto la dinamica che determinerebbe la nuova legge elettorale modificata, perché la proporzionale, sia pure con lo sbarramento al 4% (Camera) o addirittura all'8% (Senato) provoca di per sé la nascita di molte liste che ci provano, che tentano di entrare comunque in parlamento per poter sopravvivere politicamente anche sapendo che non avranno mai chances di primeggiare. In più, il sistema delle liste bloccate, predeterminate dai partiti, invoglia i cosiddetti piccoli partiti a scendere comunque in campo, nella speranza di raggiungere per lo meno il 4% alla Camera. E siamo così al tema della proliferazione dei piccoli partiti. Per anni ci è stato detto che il problema erano i nanetti, i piccoli che con pochi parlamentari eletti condizionavano intere maggioranze di governo tenendole sulla graticola. Con il porcellum abbiamo in parlamento pochissimi gruppi parlamentari e ancora ci si viene a dire che il problema sono in piccoli partiti?
Il vero problema non sono i piccoli in sé e per sé, ma la partitocrazia nel suo complesso che governa l'Italia con effetti sempre più disastrosi.
Quanto al secondo argomento di Panebianco che abbiamo citato, il fatto cioè che col referendum non si sceglie un certo tipo di sistema elettorale piuttosto che un altro ma solo modifiche specifiche, spiace che un commentatore attento come il politologo dell'Università di Bologna non si renda conto della somiglianza inquietante che la legge di risulta avrebbe con la legge Acerbo, che assegnava un premio di maggioranza ancora più consistente e che richiedeva che la lista vincente ottenesse almeno il 25% dei voti, ma il cui meccanismo fondamentale è lo stesso della legge che uscirebbe dal referendum in caso di vittoria dei sì: l'enorme potenziale sproporzione tra premio di maggioranza e percentuale di voti necessari per assicurarselo.
Per il momento, l'unico antidoto per continuare a sperare che in Italia venga un giorno introdotto il maggioritario secco all'inglese è votare no e cancellare poi integralmente la legge porcata.
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